Patrizia Scarzella e il design per il sociale

Architetto e giornalista, Patrizia Scarzella si occupa di progetti di Design per il sociale in Italia, Africa e Asia. È anche cofondatrice dell’associazione DcomeDesign che, attraverso l’ideazione e la realizzazione di mostre, eventi e ricerche promuove e diffonde la creatività di progetto femminile. Partecipa portando la sua esperienza al Panel discussion #3 DESIGN THROUGH AWARENESS, Venerdì 7 Ottobre 2016 ore 14.30.

Il design come metodo formativo per generare progetti di sviluppo in contesti di povertà e disagio sociale. Come hai iniziato a occuparti di questo genere di progetti?
Mi occupo di progetti di formazione di Design per il Sociale specialmente in situazioni di disagio sociale in Italia e all’estero dal 2010.  E’ stata un’esigenza personale, quella di occuparmi di progetti di più ampio respiro, che avessero una ricaduta sociale dopo tanti anni di collaborazione con aziende di design industriale.  Ho avuto l’opportunità di coordinare, dal 2011 a fine 2013, un grande lavoro di formazione per  l’ International Good Shepherd Foundation nell’ambito del progetto Networking Our Way Out of Poverty, realizzato con fondi internazionali, in Kenya, Filippine e Tailandia. Il progetto ha coinvolto più di 300 donne artigiane in situazione di disagio sociale e per la maggior parte provenienti dalle più svariate forme di ‘human trafficking’ e prive di background culturale.  Ho messo a punto una metodologia didattica basata sul metodo del ‘learning by doing’, senza teoria, ma in grado di trasmettere step-by -step conoscenze e competenze su colore, materiali, texture, aumentando la loro capacità di gestire creativamente questi elementi e con un efficace metodo di valutazione dei progressi che man mano si producevano.
Gli obiettivi principali non sono stati soltanto quelli di creare le basi per una micro economia sostenibile locale e alzare la qualità dei prodotti esistenti per allargare il mercato di riferimento, ma, soprattutto, far scoprire a queste persone il loro potenziale creativo.
Noi abbiamo avuto il privilegio di poter studiare e consideriamo naturale la possibilità di esprimere liberamente la nostra creatività. Le donne che invece non conoscono questa libertà e che a un certo punto della loro vita prendono coscienza di essere capaci di creare (e non soltanto ‘eseguire’) anche soltanto un semplice manufatto tessile, scoprono in se stesse una forza straordinaria, che credo davvero capace di cambiare il mondo!

Da questa prima esperienza come si è sviluppato il tuo lavoro?
Da questo primo progetto, a cascata, ne sono nati tanti altri e oggi il tema del design per il sociale rappresenta una parte molto importante del mio lavoro. Alcuni esempi: per ADI- Associazione Disegno Industriale ho coordinato negli ultimi due anni la Commissione Design per il Sociale, categoria che insieme a Luisa Bocchietto, Valentina Downey e M.Cristina Tommasini, ho contribuito a far nascere perché credo fortemente nella capacità del design e del suo metodo di generare progetti di utilità sociale.
Mi occupo della comunicazione internazionale del progetto ‘100 Fontane Fantini For Africa’, per l’azienda Fantini; mentre per la Scuola Sociale di Argenteria Bottega dell’Arte di Phnom Penh, in Cambogia, creata da Il Nodo Onlus ho lavorato al progetto ‘Gioie d’Autore’, coinvolgendo artisti e designer di tutto il mondo. L’Associazione DComeDesign (di cui sono co-founder e vice-Presidente) collabora a Milano con la Fondazione Archè: abbiamo realizzato nel 2015 un primo laboratorio creativo sperimentale per mamme e bambini in disagio psichico e sociale. E altri progetti sono in corso d’opera. Perché il disagio sociale è dovunque e il design può fornire strumenti e metodo utili anche qui, non soltanto in paesi poveri e lontani!

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Farò una nuova esperienza in Madagascar a breve, invitata da Giulio Vinaccia, autorevole esperto di progetti di Design Sociale, dopo aver presentato a Ginevra all’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) il lavoro di formazione che ho svolto in Africa e Asia. Collaborerò al Master in Design for Local Development che UNIDO – United Nations Industrial Development Organization – ha creato ad Antananarivo per gli studenti dei paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano. Considero queste esperienze fatte sul campo, che si ripetono in ogni contesto geografico sempre diverse, e richiedono di mettersi in gioco continuamente, piuttosto straordinarie: io trasmetto il mio know-how professionale, imparo ogni volta molte cose nuove e ricevo umanamente sempre molto di più di quello che dò!

Comments are closed.