Noma Bar firma l’illustrazione per MDFF 2017

 

Racconta storie nascondendole nei dettagli. I lavori di Noma Bar, illustratore israeliano con base a Londra, sono stati pubblicati sui giornali di tutto il mondo – dal Guardian al New York Times, da Internazionale a The Economist – così come ha disegnato tutte le copertine di Haruki Murakami e Don DeLillo. Ha pubblicato libri, anzi è appena uscito l’ultimo intitolato Bitter Sweet (Thames&Hudson), e i suoi disegni sono stati al centro di campagne per Google, Sony e Nike. Ma la bella notizia è che da oggi avrà anche Milano Design Film Festival nel suo portfolio, perché è lui l’autore dell’illustrazione che ci accompagnerà nella quinta edizione (19-22 ottobre 2017).
Colorate, incisive, ironiche, la cifra stilistica dei disegni di Noma Bar è molto riconoscibile: utilizza lo spazio negativo, quello che si trova tra gli oggetti o intorno all’oggetto, e lo fa diventare protagonista “così ogni volta che guardi ti dici: ma come ho fatto a non vederlo?”. Il lettore riflette e usa l’immaginazione e lui riesce ad essere eloquente senza usare la parola.

Partiamo dall’illustrazione che hai fatto per MDFF. Cosa rappresenta e come riflette il nostro DNA e il tuo stile?
Il disegno mostra una macchian da presa; poi a uno sguardo più attento, da vicino, lo spettatore scopre che le due bobine di pellicola nere sono vasi che contengono fiori. I fiori stessi sono costituiti da sedie, mentre il corpo della macchina da presa è un armadio e le sue gambe sono righelli. L’obiettivo e il fascio di luce in realtà formano una matita, che disegna una linea che dà forma ai cassetti. Le mie opere contengono dualità e strati visivi da scoprire man mano. Con il mio lavoro cerco di portare chi guarda attraverso un viaggio di scoperta, di un costante interrogatorio di ciò che vedono e di come la nostra mente è in grado di leggere storie visive.

Che rapporto hai con il cinema?
Lo amo! In particolare Charlie Chaplin è uno dei miei più grandi ispiratori, con la sua abilità unica di raccontare storie e intrattenere il pubblico senza usare le parole. Oltre a questo lavoro comunque molto spesso con l’industria cinematografica per esempio facendo illustrazioni mensili per l’Empire Magazine come per tante altre riviste del settore, per la BAFTA (British Academy of Film and Television Arts), per Sony films, così come ho fatto anche campagne per supportare il cinema indipendente.

Il tuo stile è pulito, senza eccessi. Qual è la difficoltà più grande nel tuo lavoro?
Lavoro tutti i giorni a Londra, nella zona di Highgate Wood (un’oasi urbana di boschi millenari verso Nord n.d.r.) e trascorro la maggior parte del tempo in cerca di ispirazioni con in mano il mio blocco per gli schizzi. Non so definire esattamente da dove mi vengano le idee per disegnare, ma credo sia una combinazione di più fattori: può essere una news come un evento come può colpirmi la personalità di qualcuno che incontro. Oppure ci sono quei momenti casuali sul treno o in coda per pagare, quelli che ho imparato a non dare mai per scontati perché tantissime idee arrivano proprio in questi attimi. Detto questo la fatica più grande è quella di rispettare le scadenze, soprattutto quelle editoriali.

Quali sono le aree in cui la grafica sta portando maggiori cambiamenti o contributi?
Su Internet si possono trovare immagini sempre più creative. Il dialogo tra immagini statiche/stampate e immagini in movimento ha avuto un impatto molto massiccio, che ha colpito tutte le discipline grafiche, dal branding al packaging, dall’infografica all’illustrazione. Tutte queste vivono nella confusione tra l’online e l’offline e stanno cercando di colmare rispettivamente il mondo reale e quello virtuale.

A cosa stai lavorando?
In questo momento sto lavorando a 15 progetti contemporaneamente. Ho appena finito uno spot animato per Mercedes che è stato nominato di recente nella categoria Design al Lions Cannes, il festival della creatività di Cannes. Poi sto facendo diverse cover di libri e copertine per il Guardian oltre ad un’altra animazione per il New York Presbyterian, uno dei più grandi centri ospedalieri degli Stati Uniti. Insomma, un bel mix di progetti.

 

 

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