La vita secondo BIG

Alla serata inaugurale alla Triennale di Milano (18 Ottobre, su invito) MDFF presenta Big Time, la pellicola del regista danese Kaspar Astrup Schröder che ritrae gli ultimi cinque anni di vita del celebre Bjarke Ingels, definito dalla rivista Time una delle 100 persone più influenti del mondo. Il biopic è un viaggio tra le più recenti architetture del suo studio BIG che ci riporta il lato più umano del protagonista. Big Time è in visione aperta al pubblico domenica 21 Ottobre, ore 15, presso Anteo Palazzo del Cinema.

Qui sinossi e trailer.

Bjarke Ingels racconta il film (intervista estratta dal catalogo di MDFF 2017):
Come è nata l’idea di realizzare un documentario? Il film è nato con il regista danese e amico Kaspar Astrup Schröder, con cui abbiamo lavorato su My Playground (2010), un film su un gruppo di parkour runner che esplorano e usano i nostri edifici per sviluppare le loro abilità. Durante la lavorazione siamo diventati amici nel processo e abbiamo parlato di filmare il dietro le quinte della creazione dei nostri edifici… Il mio interesse è stato quello di mostrare i sogni e le idee, le lotte e i conflitti, le sconfitte e le vittorie, i compromessi e i sacrifici che gli architetti devono passare in rassegna per costruire qualsiasi cosa. Kaspar era interessato a fare qualcosa che fosse un film piuttosto che un reportage: nessuna intervista, una storia cronologica, un arco di storia, con un inizio, un mezzo e una fine. Pensavo che sarebbe potuto essere interessante per le persone – trascorrere un’ora e mezza delle loro vite per andare un po’ più in profondità nel fatto che l’architettura è molto più di una questione di mattoni belli o brutti, di mattoni rossi o di calcestruzzo.

Nel film affermi: “Ottenere la massima gioia dallo spazio che hai e lasciare che la vita circoli libera, sia la vita umana che altre forme di vita. Questo è ciò che l’architettura ci può dare”. Ci puoi spiegare meglio questo concetto? Questo si basa sull’idea che, come la vita si evolve, così dovrebbero le nostre città e gli edifici. Se non si adattano al modo in cui vogliamo vivere la nostra vita, non è solo la nostra possibilità, ma anche la nostra responsabilità di assicurarci di cambiare la città e di rendere il nostro mondo fisico più simile ai nostri sogni o alle nostre fantasie. Quindi l’architettura in sé non è l’obiettivo. L’architettura è il mezzo, l’obiettivo è la vita umana e la creazione del contesto fisico per consentire la massima quantità di godimento umano e di vitalità.

Parli anche delle frustrazioni legate alla professione, nonostante BIG sia ormai uno studio affermato. Quali sono i limiti più difficili da superare nella professione? La gente chiede come si riesce a tenere le fila di 450 dipendenti in tre città: Copenhagen, New York e Londra. Penso che sia possibile perché la crescita è stata molto organica. In retrospettiva, la mia partenza per andare a New York ha lasciato i miei colleghi, che ora sono Partner, con opportunità che hanno reso BIG più forte e dandoci la possibilità di svilupparci insieme. BIG non sono io e alcuni colleghi. Sono molte amicizie e collaborazioni a lungo termine. E forse è davvero più una cultura che un individuo. Abbiamo un insieme di valori che ci legano insieme.

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