L’infinita fabbrica del Duomo

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L’estrazione della pietra dalla cava, il trasporto delle statue, il cantiere marmisti, l’archivio storico della Veneranda Fabbrica (l’ente che ha dato vita al Duomo), la cattedrale vista di notte e le luci che si spengono ogni sera: il film L’infinita fabbrica del Duomo, di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, mostra un Duomo di Milano sconosciuto che sopravvive al passare dei secoli grazie all’impegno costante di marmisti, carpentieri, muratori, fabbri, restauratori e orafi che lo preservano senza poter vedere mai il risultato finale del loro lavoro.

Presentato all’ultimo Festival di Locarno, il documentario – prodotto da Montmorency Film e Rai Cinema e distribuito da Lab 80 film – è un racconto poetico dedicato ai secoli di attività occorsi all’uomo per realizzare e mantenere il Duomo di Milano scandito da immagini di forte impatto e nessuna voce fuori campo ma, al suo posto, entrano le citazioni estratte dai testi su Milano e sul Duomo di  Guido Lopez, Silvestro Severgnini e Carlo Ferrari da Passano.

Come è nata l’idea di questo film?
Era da che tempo pensavamo a un film sul Duomo: una forma di architettura che forse oggi non esiste più, progettata quando i monumenti si facevano perché durassero per sempre.  Questo film è un’anticipazione di un nostro progetto più ampio, che abbiamo chiamato Spira Mirabilis: un unico film-tetralogia focalizzato  sui quattro elementi naturali e sull’idea di immortalità. L’infinita fabbrica del Duomo rappresenta la Terra perché è fatto di pietra, quella che viene estratta nella cava, e guardando le immagini si ha proprio la sensazione che l’edificio nella sua interezza venga tirato fuori da lì. Quella cava, tra l’altro, è nata perché fosse costruito il Duomo: tutta la pietra utilizzata nel tempo per la cattedrale è arrivata soltanto da lì e tutta la pietra che la cava produce è stata usata sempre e soltanto per il Duomo. Abbiamo voluto rappresentare la relazione che c’è tra la tensione verso l’infinito inteso come immortalità della Cattedrale e la dimensione umana, terrena, simboleggiata dall’attività incessante dei vari artigiani.

Le prime immagini sono dedicate a un vecchissimo albero, un olmo. Perché?
L’albero è una grande opera architettonica naturale, sta a metà tra il tempo breve delle nostre vite e il tempo lungo della natura e della storia. Abbiamo deciso di inserire nel film una dimensione fiabesca, così abbiamo scelto le immagini dell’olmo di Mengozzo, in Piemonte, che – secondo la leggenda – fu piantato nel 1386 e, nello stesso anno, dalla montagna sovrastante l’albero veniva estratto il primo blocco di marmo con cui sarebbe stato edificato il Duomo di Milano: sarebbe dunque l’olmo più antico d’Italia e, sempre secondo leggenda, finché vivrà anche la Cattedrale rimarrà in piedi.

Dietro le quinte del Duomo c’è il lavoro di marmisti, muratori, carpentieri, fabbri, restauratori, orafi. Avete incontrato le maestranze? Che esperienza è stata?
Il Duomo è una costruzione che va avanti da secoli, viene rifatta di continuo e richiede manutenzione costante. Con il nostro lavoro abbiamo fatto “risuonare” questo processo che sfida l’eternità, girando e viaggiando per un anno e mezzo dalle cave all’archivio dal museo alla Cattedrale e incontrando i vari protagonisti di questo racconto. Il nostro è stato un lavoro di osservazione e, allo stesso tempo, di trasfigurazione della realtà. La scoperta del cantiere dei marmisti, da loro stessi definito “il cimitero delle statue consumate”, è stata molto importante per il film: è un luogo segreto, una specie di Purgatorio dove le statue giacciono e non si capisce se stanno andando a morire o se stanno diventando il modello per una statua che salirà sulla cima del Duomo.

Avete detto “Il nostro è soprattutto un film sul tempo”. In che senso?
È un film sul tempo e sulla relazione fra il piccolo e il grande. La volontà degli uomini di rendersi immortali passa attraverso le grandi opere e il Duomo diventa un tramite tra le nostre “piccole vite” e le opere straordinarie che si compiono. Nel film lo chiarisce definitivamente la penultima didascalia: “Sicché, scolpito in questo grandioso monumento, noi vediamo il racconto di tante generazioni, ma anche il segno profondo della natura che impiega 10.000 anni per trasformare un deposito di conchiglie in una vena di marmo rosa. Il Duomo è cresciuto da una conchiglia, le conchiglie sono cattedrali”.

In cosa consiste esattamente il vostro progetto Spira Mirabilis? Quando lo presenterete?
Spira Mirabilis racconta della ricerca e della tensione verso l’immoralità da parte degli uomini attraverso cinque storie per noi esemplari. Sarà presentato durante l’estate, a Locarno oppure a Venezia.

 

Biografia

Massimo D’Anolfi e Martina Parenti nel 2007 hanno realizzato insieme I promessi sposi, presentato al Festival di Locarno in Ici & Ailleurs e premiato al Festival dei popoli di Firenze e a Filmmaker Film Festival a Milano. Nel 2009 Grandi speranze è stato anch’esso presentato al festival di Locarno in anteprima mondiale in Ici & Ailleurs. Nel 2011 Il Castello, selezionato in tantissimi festival internazionali (Cinema du reel, Nyon; Hot Docs, Toronto; EIDF, Seoul; RIDM, Montreal; etc…), è stato premiato agli Hot Docs, Toronto con il Premio Speciale della Giuria e agli EIDF, Seoul con lo stesso riconoscimento, agli IDA Awards in Los Angeles con il Premio per la miglior Fotografia, al Torino Film Festival con il Premio Speciale della Giuria Italiana.doc e con Premio Avanti e in molti altri festival. Nel 2013 Materia Oscura vince il Premio Corso Salani per il Miglior Work in Progress e viene presentato alla Berlinale. Il documentario L’Infinita Fabbrica del Duomo è stato presentato in anteprima al 68° Festival del Film di Locarno.

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