Intervista ad Andrea Lissoni

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Se, come dicono in tanti, il concetto di “mostra” è un’invenzione del XVII secolo che va superato, ci sono alcuni protagonisti che lavorano in tal senso utilizzando il linguaggio audiovisivo per arrivare al contemporaneo. Andrea Lissoni, dal 2014 senior curator of Film and International Art alla Tate Modern di Londra, è uno di questi.

Naturalmente non facciamo forzature, nel senso che non ‘installiamo’ film nati per essere proiettati al cinema nello spazio espositivo, ma ci dedichiamo piuttosto a installazioni o opere nate in contesti per loro natura intermediali o sperimentali. La storia dell’arte non aspetta altro che questo accada, e la via è stata aperta non da oscuri sperimentalisti, ma da artisti come Rauschenberg, Cage, o Fontana in Italia”, ci ha detto.

Tra poco più di un mese, il 17 giugno 2016, riaprirà con una veste nuova la Tate di Londra, il museo d’arte moderna più visitato al mondo (si stima che ogni anno attiri oltre 4 milioni e mezzo di visitatori). Progettato dagli architetti Herzog & de Meuron, il nuovo spazio espositivo sarà ampliato del 60%. La Turbine Hall diventerà il fulcro del complesso attorno a cui ruoteranno, a nord i 6 piani della Boiler House e a sud i 10 livelli della nuova Switch House. A modificarne presto l’aspetto ci penserà l’artista francese Philippe Parreno che, sostenuto da Andrea Lissoni, il 4 ottobre 2016 presenterà la sua personale proprio negli spazi inglesi. Dal canto suo Lissoni, che in passato ha lavorato con successo presso l’HangarBicocca di Milano curando personali tra cui Céleste Boursier Mougenot, Angela Ricci Lucchi&Yervant Gianikian, Wilfredo Prieto, Carsten Nicolai, Tomàs Saraceno, ha concluso in bellezza quell’esperienza nel 2014 portando “Hypothesis” di Philippe Parreno.

Da senior curator of Film and International Art stai lavorando al programma di film e arti visive che andranno in scena nei Tanks della Tate Modern. Quali sono i criteri con cui selezionate le pellicole e i progetti audiovisivi da mostrare a un pubblico così ampio?

L’intenzione è rendere parte della storia dell’arte moderna e contemporanea le forme che per varie ragioni, sono rimaste parzialmente escluse: quindi live, suono, immagini in movimento. L’obbiettivo non è cadere nel paradosso di creare spazi separati o riservati – che corrono il rischio di ri-diventare presto ghetti – ma di combinare e di affiancare, in un certo senso rispettando le storie e ridisegnando le genealogie. Cominceremo dall’opening, dal 17 giugno, presentando nei Tanks opere rilevanti della collezione mai o poco mostrate, acquisite dall’apertura di Tate Modern in poi. Asseconderanno la visione e l’identità di Tate, globale, diversificata e impegnata. Non ci interessa sedurre, ma mostrare posture che chiedono a loro volta al pubblico di prendere posizione. Nei Tanks cominceremo con opere di Dominique Gonzalez-Foester, Trisha Donnelly, Apichatpong Weerasethakul, ma anche con opere ‘storiche’ che invitavano ad essere attivate e percorse, di Charlotte Posenenske, Rasheed Areen, Bob Morris a cui affianchiamo nuove commissioni che rilanciano oggi quegli inviti, come il progetto che stiamo sviluppando con l’artista Tarek Atoui. Ci interessa raccontare storie diverse ma a partire dalla storia, per questo ci fondiamo sulla collezione.

Dal tuo punto di vista è aumentato l’interesse dei musei, e nello specifico anche della Tate Modern, nei confronti del linguaggio audiovisivo?

Collezionare opere Time Based Media richiede un grande investimento, di conservazione, di archiviazione, di migrazione, di esposizione. E per le opere storiche anche di ricerca: in un periodo in cui l’opera audiovisiva è così attraente o seducente, il fenomeno dell’apparizione sul mercato di edizioni postume di opere che nell’intenzione dell’artista non erano magari nate come installazioni, richiede ricerche e accertamenti molto meticolosi. In generale direi che è una normale, perfino prudente risposta istituzionale ad uno stato delle cose che è iniziato a cambiare dalla metà degli anni Sessanta in poi. Se non si rilevassero e collezionassero pratiche così importanti e degli ultimi venti anni in particolare, sarebbe censura.

La tua ricerca è focalizzata anche sullo sviluppo e l’importanza che ha l’audiovisivo nello scenario dell’arte contemporanea. Com’è la situazione?

In parte lo è, ma in parte anche no, alla fine rimango uno storico dell’arte con un interesse per le forme di sperimentazione o più eterodosse, a prescindere dal medium. La situazione è interessantissima, c’è un bel crash che non rivedremo per molto: i processi di scoperta e di condivisione rapidissima di pratiche pionieristiche alimentano la tensione con le generazioni più giovani, che rispettano e prendono le distanze. Un po’ come è successo in musica, però ormai qualche tempo fa. Il punto è che però siamo già molto vicini alla saturazione. Aspettiamo con ansia il nuovo Pharrell, o Kanye, dopo il geniale The Life of Pablo. O forse c’è già, ed è Hito Steyerl. Ma mancano ancora i classici cristallini in grado di reinventare dalle basi, i Daft Punk di RAM diciamo, per mantenere il confronto. Rispetto agli artisti più interessanti, ho la fortuna di lavorare con – o di contribuire a far apparire nel’istituzione per cui lavoro – tutti gli artisti che ritengo rilevanti. E per le generazioni più giovani c’è il programma di Tate Film o, per tutti altri e molto eccitanti aspetti, il cinema online Vdrome, a cui lavoro con Filipa Ramos, Edoardo Bonaspetti e Jens Hofmann.

Philippe Parreno presenterà la sua personale dal 4 ottobre 2016. Sei il primo curatore italiano a entrate nella Turbine Hall della Tate. Cosa dobbiamo aspettarci rispetto alla mostra Hypotheis con cui hai concluso la tua esperienza curatoriale all’HangarBicocca di Milano?

Innanzitutto non una mostra ma un’opera site specific. Chi già conosce o ha amato (o, perché no, preso le distanze da) il lavoro di Philippe, sa che è un instancabile ricercatore, che lavora non alla concezione di un’opera ma all’invenzione di un mondo, ad una drammaturgia di eventi. Siamo ancora alla fase di ricerca e, la grande sfida di Philippe è spingere più avanti possibile, e fare un progetto completamente senza idee, senza nessuna idea. Elettrizzante, no?

Rispetto al lavoro di Philippe Parreno, hai dichiarato: “Mi ha colpito che abbia sciolto il fantasma del cinema nello spazio”, ci spieghi il tuo punto di vista?

Piacerebbe saperlo anche a me. Penso a una delle due possibilità: per venti anni le installazioni video hanno subito un modello di dipendenza molto legato all’apparato cinematografico, con una centralità dello schermo o degli schermi spesso religiosa; o, se sono stati spezzati o moltiplicati, in fondo è accaduto nella scia del cinema sperimentale strutturale. Philippe ha situato il cinema, o le immagini in movimento, in uno spazio espanso, come uno degli elementi ma non quello centrale, desacralizzandolo e rendendolo più ambiente. Oppure, forse: il cinema di fatto non esiste più, come supporto, come materia. O esiste sempre meno, nonostante gli sforzi formidabili di grandi artisti, pionieri o più giovani – da Michael Snow e James Benning a Tacita Dean e Rosa Barba – per esporlo. Ma in un certo senso è un fantasma, è molto ingombrante, è difficile liberarsene, e continua a trascinare le sue catene facendo molto rumore. Philippe Parreno, come per certi altri versi Hito Steyerl, invece di feticizzarlo, celebra quel fantasma evocandolo, e così rendendolo per sempre immortale.

C’è un film recente che hai visto e apprezzato? I tuoi registi cult?

Uhm, complesso. Mi ricordo lucidamente solo dei film con ottime scene di danza, quindi direi Cemetery of Splendour di Apichatpong Weerasethakul, Ex-Machina di Alex Garland, e A Bigger Splash di Luca Guadagnino. Registi di culto ancora più complesso. Menzionando solo quelli in attività direi Mati Diop, Salomè Lamas, Andrea Luka Zimmermann, Lisandro Alonso, Miguel Gomes, Pedro Costa, David Lynch, Apichatpong Weerasethakul, e, fra gli italiani senz’altro Pietro Marcello, Roberto Minervini, Michelangelo Frammartino. E Paolo Sorrentino.

Cosa cambierà a livello di spazio espositivo visto che la Tate Modern sarà ampliata del 60%?

Torneranno i Tanks, ora in modo permanente. Ci saranno gallerie con delle articolazioni di stanze meno regolari ed in un certo senso molto ortodosse, ma con un percorso più fluido di stanza in stanza, ma anche gallerie di un unico ambiente e di grandi altezze. In generale molto spazio per la collezione.

di Giulia Ossola

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