Intervista a Davide Ferrario

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Nell’ambito del progetto Festival on Festival, martedì 21 giugno alle ore 18 Milano Design Film Festival porta in Triennale (Salone d’Onore) il docu-film La zuppa del demonio (Italia 2014, 80′) di Davide Ferrario, che sarà ospite in sala. Di seguito trovate l’intervista, ma prima spieghiamo che il titolo “La zuppa del demonio” è il termine usato da Dino Buzzati nel commento a un documentario del 1964, Il pianeta acciaio, per descrivere le lavorazioni nell’altoforno.

Cinquant’anni dopo, questa definizione è significativa per descrivere la natura ambigua dell’utopia del progresso che ha accompagnato tutto il secolo scorso. Lungo il ‘900 l’industrializzazione, spesso distruttrice – esemplari le immagini della devastazione di un uliveto centenario per far posto alla futura Ilva di Taranto – è stata identificata con i concetti di progresso e miglioramento. E proprio questo è il tema del film: l’idea positiva che per gran parte del ‘900 (almeno fino alla crisi petrolifera del 1973-74) ha accompagnato lo sviluppo industriale e tecnologico. Attraverso un vasto materiale d’archivio – Luce, Rai, documentari industriali delle maggiori aziende italiane raccolti presso l’Archivio nazionale cinema d’impresa diretto da Sergio Toffetti – il regista non interviene se non con il montaggio. Vedendo il film si capirà ancora di più come l’idea che la tecnica, il progresso e l’industrializzazione avrebbero reso il mondo migliore ha accompagnato la generazione nata durante il miracolo economico italiano.

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Perché ha accettato di lavorare a un documentario su questo tema?
Per due ragioni. La prima è personale: guardando i materiali, mi sono reso cotno che raccontavano la storia della mia generazione. Siamo tutti cresciuti con l’idea che ci attendeva un “Brave New World” che avremmo conquistato attraverso il progresso.  Che la natura era un “ostacolo”. Che lo sviluppo era una buona cosa. Era un orizzonte culturale che metteva insieme destra e sinistra, capitalismo e comunismo. Oggi, a sessant’anni, tutto questo sembra – come dice Giorgio Bocca alla fine del film – “orribile”. Eppure, sempre per citare Bocca, allora si poteva ancora pensare di essere felici… LA seconda ragione è strettamente narrativa  e autoriale: volevo raccontare un secolo di industria non attraverso dei concetti ma attraverso un sentimento, insieme meraviglioso e assurdo: che è quello che connota tutte queste immagini così piene di orgoglio nel lavoro umano.

Cosa ha imparato da tutto il materiale d’archivio che le è passato tra le mani?
Forse “imparare” non è la parola giusta. È stato piuttosto un ricordare. Trent’anni di ambientalismo, di ecologia, di “politicamente corretto” mi avevano fatto dimenticare che eravamo cresciuti in un mondo completamente diverso. Non dico migliore o peggiore, solo diverso. Un mondo meno consapevole, ma dove ti potevi immaginare un futuro con fiducia – cosa oggi impossibile.

Nella serie tv American Supermarket, che realizzò nel 1992 e fu venduta in tutto il mondo decise di lasciare al montaggio e alla musica la costruzione del senso, mentre altre volte ha lavorato con quello che si definisce found footage. Qual è stata la sua scelta ne “La zuppa del demonio” e perché?
Odio i film che ti spiegano le idee del regista. I film devono raccontare storie, anche un film di “found footage”. Anzi in quel caso si tratta di una storia al quadrato: c’è quella originale dei filmati e poi quella che deriva dal punto di vista del regista. La combinazione delle due produce il senso del film.

Ha dichiarato che ogni discorso sull’“oggettività” del documentario è pura ipocrisia. Ci spiega il suo punto di vista?
Nel momento in cui inquadri qualcosa fai una scelta: metti dentro un pezzo del mondo e ne lasci fuori un altro. Io penso che i documentari corretti sono quelli che denunciano il punto di vista del regista. Con questo non intendo cosa pensa l’autore. Ma piuttosto che c’è qualcuno che narra una storia e quindi fa parte del processo di comunicazione, ne è coinvolto. Non esiste una storia senza un narratore. Nel caso di “Zuppa”, per esempio, io non ho un’idea sul “messaggio” del film, ma certamente ho cercato di esprimere un sentimento che è insieme di meraviglia, orrore, stupore, nostalgia. Il tutto sta insieme come storia perché io mi sento di raccontarla così.

Ha raccontato la storia del progresso nel’ 900, o meglio, la storia dell’idea di progresso e dello sviluppo senza limiti che l’ha attraversato fino agli anni ‘70. Ma che cosa significa progresso oggi? Secondo lei, in cosa o in cosa potrebbe consistere?
Il progresso come lo intendiamo oggi è qualcosa di sfuggente, ma certo di profondamente diverso da quello del ‘900. Se ci pensate prima dell’era digitale ogni decennio era una palingenesi: ci sono gli anni ’50, li anni ’60 e così via fino al ’90. Quando arriva la tecnologia più rivoluzionaria mai vista, in grado di connettere tutto il mondo, invece sembra che il mondo si fermi. Una fotografia scattata nel 1997 potrebbe essere stata scattata oggi. Il progresso contemporaneo non sembra prevedere un cambiamento del mondo – è solo tecnologia che si rinnova senza una prospettiva ideale.

Si potrebbe immaginare un possibile “sequel” della Zuppa del Demonio, partendo dall’oggi? Se sì, come lo girerebbe?
In conseguenza di quello che ho appena detto non penso che si possa fare un “sequel” del genere. Anche perché i materiali di partenza sarebbero totalmente diversi. Le aziende oggi non sono più interessate a documentare quello che fanno, ma solo alla pubblicità.

A cosa sta lavorando? Prossimi progetti?
Molte cose. La più immediata è SEXXX, un film a metà strada tra danza, documentario e fiction. Lo abbiamo presentato al festival di Torino a novembre con grande successo, esce a giugno nei cinema con Nexo.

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