“I tre architetti”: le sinossi dei film dedicati ai tre grandi maestri del ‘900

© Frank Lloyd Wright Foundation, by SIAE 2018

Frank Lloyd Wright

Il paesaggio epico, background geografico ma anche culturale su cui fortemente si fonda l’identità americana e l’idea di democrazia di cui Wright si sentiva portavoce e protagonista, costituisce l’incipit del documentario dedicato a Frank Lloyd Wright. Attraverso il contributo dello storico dell’architettura Francesco Dal Co e di alcuni importanti architetti italiani, nel documentario si delinea il percorso professionale e il profilo della complessa figura del grande ed eclettico architetto americano, la sua concezione di Prairie house, modello moderno e allo stesso tempo tradizionale, radicato fortemente nella cultura americana, che predilige l’estetica e l’uso della tecnologia rimanendo fedele ai fondamentali valori quali quello della famiglia, della sicurezza e della privacy. Il progetto di Broadacre City, progetto proposto da Wright nel 1934, doveva considerarsi un modello di urbanizzazione per una libera città: “la città dovunque e in nessun luogo”. Decentramento e urbanizzazione avrebbero costituito gli elementi fondamentali per un “riassestamento organico” della struttura sociale e civile americana. A ciascun cittadino doveva essere concesso un acro di terreno in modo che ogni famiglia potesse vivere nel verde.
La visione urbanistica di Wright, la visione di Broadacre City, raccoglieva in sé altri grandi miti americani quali la libertà, l’indipendenza, la proprietà e l’autonomia. La sua visione rimane forse la matrice-chiave di interpretazione della nuova suburbanità americana e la risposta alle utopie europee.
All’idea di città densa o con piccoli insediamenti di natura, Frank Lloyd Wright rispondeva con l’idea di paesaggio e territorio decentralizzato, pieno di elementi di autonomia e autosufficienza. Idee che non soltanto nella sua forma distopica, ma anche nella lettura di un futuro prossimo, rimangono di grande interesse e materiale di riflessione. Poi il concetto di architettura organica, pilastro della visione di Wright, su cui progetterà e costruirà molte opere nel corso della sua vita e Fallingwater, la casa sulla cascata, quella che rimane il paradigma del suo pensiero di architettura organica, del suo rapporto tra il costruito e la natura. Infine l’opera forse più celebre: Il Guggenheim Museum di New York, una delle più grandi opere del XX secolo.

© Mies van der Rohe, by SIAE 2018

Mies van der Rohe

Dopo un suggestivo incipit che rievoca la filosofia zen – il concetto di vuoto e di spazio essenziale che porta all’astrazione e a una dimensione concettuale di tipo spirituale – si percorrono le fasi più importanti della carriera di uno dei più grandi architetti del XX secolo, con il contributo dello storico dell’architettura Francesco Dal Co e di alcuni famosi architetti italiani. I celebri concetti di Mies van der Rohe come “God is in the details” e l’ancor più celebre “Less is more” ci portano anche questa volta in un “altrove”. Il giardino zen di Kyoto è un archetipo che definisce e interroga più di ogni altra cosa il concetto e la dialettica tra vuoto e pieno. La purezza del giardino zen non è solo una creazione estetica. È un gesto totale che trascrive la complessità nell’armonia della leggerezza del vuoto. Come dicono i Maestri della filosofia zen, è necessario procedere per sottrazione. Svuotare per accogliere. In questa lezione si può forse trovare il “misticismo” e l’idea dello “spazio assoluto” di Mies van der Rohe in una concezione di Architettura Moderna che allo stesso tempo tiene conto di qualcosa di antico e profondo.
Nel corso del documentario molta attenzione viene dedicata al Padiglione Tedesco per l’Esposizione Universale di Barcellona del 1929, considerato uno dei capolavori dell’architettura del Novecento. A seguire, l’esperienza di Mies van der Rohe al Bauhaus e infine il suo trasferimento negli Stati Uniti, osservando i grandi progetti come il Seagram Building di New York e le opere progettate e costruite a Chicago che ne “inventarono” lo skyline.
La visione di Mies van der Rohe era una visione estremamente complessa e influenzò altre discipline artistiche. Di Mies van der Rohe un altro grande personaggio della cultura del secolo scorso, questa volta un musicista eclettico, John Cage – stupefatto dalla percezione della bellezza di un temporale da un appartamento di Lake Shore Drive, progettato e costruito tra il 1945 e il 1951 a Chicago dall’architetto, disse: “Isn’t it splendid of Mies to have invented lighting too?”, colpito dall’immediatezza e dalla presenza del fenomeno naturale osservato e percepito attraverso la trasparenza e la leggerezza della costruzione dell’edificio di acciaio e vetro. L’ascetismo delle forme e la creazione dello spazio assoluto, il “totaler raum” di Mies van der Rohe, lo spazio astratto e flessibile, senza riferimento di tempo e di luogo, con l’intenzione e l’obiettivo di eliminare la barriera tra un “fuori” e un “dentro”, diventarono la matrice e il modello per correnti e pensieri contemporanei che produssero seguaci e detrattori.
Chi poteva immaginare che il concetto di “Less is More” di Mies van der Rohe sarebbe diventato un paradigma per il secolo successivo, soprattutto se osservato non solo in chiave di design, ma come visione totale del mondo, un mondo in cui creare oggetti sempre più piccoli ma più efficaci ed efficienti? Un mondo leggero, essenziale, sobrio, dove il vuoto, da spazio spirituale, si trasformava in spazio architettonico che esaltava la qualità della vita.

© Gio Ponti Archives

Gio Ponti

L’incipit del documentario, forse provocatorio, è la “Citta ideale” di Urbino, da cui Gio Ponti fu ispirato durante la sua vita, coerentemente con il suo personaggio che visse sempre come “uomo del Rinascimento” moderno. Uomo del Rinascimento che persegue la bellezza delle forme non solo per ragioni estetiche ma come principio di vita in cui dal piccolo al grande, “dal cucchiaio al grattacielo”, si rispettano le forme del gusto e del buon vivere nella bellezza.
Gio Ponti fu architetto, designer, pittore, scultore e scrittore. Nel celebre editoriale del 1928 di Gio Ponti su Domus (la rivista da lui fondata) dal titolo “La casa all’italiana”, l’architetto scrive quello che può essere considerato il manifesto del suo pensiero. Per Gio Ponti “arte, architettura, design si devono fondere per creare un ambiente che sia in grado di offrire non tanto il comfort inteso nella sua meccanica applicazione di standard dimensionali, che garantiscano il minimo spazio vitale, quanto invece il conforto necessario a nutrire anche l’anima dell’uomo moderno, così come insegna la tradizione classica italiana”.
Gio Ponti, intellettuale ed architetto brillante, interpretò l’idea molto europea e soprattutto italiana che intendeva ricercare e proporre una cultura dell’abitare e della città. Gio Ponti non fu soltanto creatore di case e di oggetti, ma fu un “hommes de lettres”.  Ponti diventò perciò un pilastro fondamentale nel dibattito architettonico e un ponte tra la tradizione e la modernità, tra il design e l’architettura, tre la produzione industriale e l’artigianalità. Il motto di Gio Ponti era: “Tradizione è fare cose nuove bene come cinquecento anni fa” e lo faceva guardando alla contemporaneità e al futuro, progettando e creando un mondo che cominciava da un cucchiaio e si estendeva fino al grattacielo. Il documentario ripercorre, con le parole dello storico dell’architettura Fulvio Irace, dello scrittore e designer Stefano Casciani, di Salvatore Licitra, nipote e responsabile di Gio Ponti Archives, di alcuni importanti architetti italiani, la sua attività, i suoi progetti e le sue realizzazioni. Dalle “case tipiche”, costruite soprattutto a Milano, agli edifici Montedoria e Montecatini, ai Grandi Magazzini Bijenkorf di Eindhoven, alle ville a Caracas, alle sue infinite creazioni dovute alla sua fervida attività nel campo del design e dei rapporti con l’industria. Poi l’esperienza della rivista Domus, che diventò non solo una rivista ma uno strumento internazionale di dibattito e di crescita interdisciplinare. Le altre sue opere che spaziarono in territori differenti come le Chiese di San Francesco a Milano e la Concattedrale di Taranto, le collaborazioni con Ginori, le invenzioni nella ceramica e nella porcellana e la progettazione di mobili e oggetti di design di ogni tipo che lo portarono a diventare, insieme a pochi altri, l’inventore del “Made in Italy”. Infine quello che viene considerato il capolavoro nella sua Milano, il grattacielo Pirelli, edificio che cambiò la scena e lo skyline della Milano del dopoguerra.

I tre documentari sono prodotti da Rai Cultura, sono ideati e diretti da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, a cura di Michael Obrist. 

 

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