Parola ai guest curator 2018: Park Associati


Forse il mestiere più simile a quello dell’architetto è proprio il regista cinematografico. I registi aspirano a valori profondamente simili a quelli degli architetti, sostanzialmente interessati a fare in modo che ciò che si desidera raccontare (e come si vuole raccontarlo) rimanga il più puro possibile durante il percorso tra ideazione e realizzazione; gestendo, in tal senso, produttori, committenti e coordinando diverse figure professionali necessarie alla realizzazione del progetto. Il tempo che passa tra ideazione e realizzazione (proprio come successo nella lavorazione di film passati alla storia) può dilatarsi per anni, per ritardi, tentennamenti, ripensamenti. In questo tempo il progetto può subire variazioni, cambi di protagonisti in corsa, modifiche al budget.

I due mestieri, regista ed architetto, condividono una vocazione che unisce tecnica e logica, a visione ed estetica. Il cinema ha accompagnato la nostra vita e la nostra formazione: la narrativa filmica ci ha permesso di cogliere meglio la qualità espressiva dei luoghi e degli edifici. La passione per il cinema ha avuto un forte impatto sulla nostra educazione visiva generale e sulla nostra consapevolezza del valore simbolico dell’architettura. La rappresentazione filmica, a differenza della fotografia, ci permette di entrare nell’architettura e di viverla in uno spazio temporale. Ma se il documentario di architettura è lo strumento che meglio racconta la costruzione e il cantiere e successivamente, gli spazi e le funzioni di un edificio, è all’interno del film narrativo che vengono raccontate le relazioni emozionali e simboliche che l’architettura riesce a creare. In alcuni casi ritroviamo edifici e spazi reali, in altri scenografie progettate per un’esigenza di racconto: l’architettura diventa comunque protagonista.

Spesso come architetti veniamo considerati i ‘registi’ nel processo della costruzione edilizia, questo perché il nostro mestiere innesca le stesse dinamiche della costruzione filmica. È attraverso l’intreccio di similitudini costruttive che ci siamo interrogati su quale potesse essere una composizione, un ‘montaggio’ cinematografico che rappresentasse al meglio questa logica di perlustrazione nell’infinito mondo del cinema.

Abbiamo costruito tre racconti attraverso la sequenza di tracce di film, circoscritte all’interno di un tema di volta in volta comune, in modo che potessero tenere il filo della narrazione: un caleidoscopio multiforme di colori, suoni, paesaggi, architetture, emozioni. I tre ambiti di ricerca, le tre famiglie, attingono a mondi distinti per scala rappresentativa e codice emozionale: la città e la sua trasformazione (Milano), l’architettura iconica e il suo uso simbolico nella rappresentazione cinematografica, infine il confine come metafora di un passaggio od ostacolo da un mondo ad un altro. La scala della rappresentazione assume forme ogni volta differenti e ci conduce per mano passando dalla sottile ironia per arrivare fino a drammatiche sequenze narrative.

Per attivare questo processo abbiamo attinto ad una forma già in atto e praticata dagli amici di AIR3 Associazione Italiana Registi, che periodicamente condividono, attraverso una consultazione in rete, un tema specifico. AIR3 Cinema Club ha visto proiettare nel 2018 i migliori video musicali del 2017, le migliori scene di inseguimento, il ’68, la droga, raccontati nel cinema.

Con il loro aiuto sono stati selezionati soggetti condivisi che attraverso il ricordo e l’esperienza di ognuno rimandassero ed indagassero i possibili tre temi. La sequenza di film e tracce costruite attraverso una ricca lista di suggerimenti è stata visualizzata prima in ordine sparso per arrivare ad un indice ragionato e selettivo e da qui ad un montaggio lineare, quasi documentale, ma anche sentimentale, dove ai cult più di nicchia si affiancano immagini indimenticabili di grande notorietà perché il cinema, come l’architettura, è fatto di ricerca sommessa, grandi visioni e mondi immaginati.

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