Intervista ai filmmakers Bêka&Lemoine

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Umanizzare l’architettura, perché la sua forza sta nel creare relazioni. I film girati dal duo italo-francese Bêka&Lemoine ci mostrano le esperienze che si compiono all’interno di edifici-icona che, grazie ai racconti e ai gesti delle persone che li abitano, diventano luoghi di vita quotidiana. Questa spontaneità non viene manipolata dai due filmmakers che lasciano invece lo spettatore coglierne il senso, le virtù e anche gli aspetti negativi di un’opera: “L’architettura la si può capire solo attraverso le relazioni che essa riesce a costruire con le persone che la vivono, la usano o la subiscono…”, ci dicono.

Ila Bêka è architetto e regista. Ha studiato allo IUAV di Venezia e all’École  Nationale Supérieure d’Architecture de Paris-Belleville, mentre Louise Lemoine si è laureata in cinema e filosofia alla Sorbona di Parigi. Hanno scelto Festival on Festival, nuovo progetto di Milano Design Film Festival in collaborazione con la XXI Triennale, per presentare la première italiana del loro film The Infinite Happiness (2015), girato nel complesso ultramoderno di appartamenti “8 House”, progettato da Bjarke Ingels Group (BIG) a Copenhagen.

I vostri lavori mostrano come un’architettura sia realmente vissuta dai suoi abitanti. Com’è nata la scelta di avere questo punto di vista?

In genere i film che si interessano di architettura si sviluppano attorno a contenuti nozionistici che tendono il più delle volte a promuovere e a idealizzare un edificio e l’architetto che lo ha progettato. Abbiamo cominciato a fare film perché pensavamo che all’architettura mancasse invece la possibilità di percepire le relazioni che esistono tra il corpo e lo spazio. Per far ciò avevamo bisogno di rovesciare il punto di vista, non dando più la parola ai critici, all’architetto o a chi si occupa di curare l’immagine, ma piuttosto a chi quello spazio lo usa e lo conosce quotidianamente, anche se in maniera incosciente e sicuramente non dotta. È questo che abbiamo sperimentato girando Koolhaas Houselife (il primo film della serie Living Architectures n.d.r.), scegliendo di costruire il film intorno a Guadalupe Acedo, la domestica della casa progettata da Rem Koolhaas a Bordeaux, che lavorandoci dentro tutti i giorni quello spazio lo conosceva nei minimi dettagli. Koolhaas Houselife si è rivelato subito come una sorta di nostro film-manifesto. Abbiamo seguito un corpo in movimento all’interno di uno spazio lasciato così come era stato trovato, cercando di mantenere il più possibile uno sguardo personale e non oggettivo. Seguendo Guadalupe nei suoi movimenti la telecamera evita di ricostruire una visione globale dell’architettura, ma si sofferma piuttosto su un’esperienza soggettiva.

Nei vostri film l’architettura quasi scompare, è come se rimanesse un pretesto per raccogliere le storie…

Abbiamo l’impressione che quando si parla di architettura ci sia sempre qualcuno pronto a spiegarci tutto: quali siano state le fantastiche idee che l’hanno generata o come si sia arrivati a un tale capolavoro. A noi interessa invece vedere qual è la vita che si crea dentro e fuori da quei muri e questo lo facciamo osservando o ascoltando le storie delle persone che quello spazio lo vivono. È incredibile quanto si possa capire di architettura parlando di amore, di desiderio o di dolore. L’architettura è umana e i muri parlano attraverso di noi. Quello che ci interessa è l’esperienza che si compie quando si entra in uno spazio costruito, le emozioni, le sensazioni e le energie che ne scaturiscono. La buona architettura ha la capacità di farci sentire bene, di cambiarci l’umore o addirittura di cambiarci per sempre. Una volta usciti da Sant’Ivo alla Sapienza non si è più la stessa persona! Senza questo scambio l’architettura resta una struttura fredda di pietra, ferro o cemento.

In base a quali parametri scegliete luoghi e architetture?

Dopo Koolhaas Houselife, girato in una casa unifamiliare, abbiamo voluto sperimentare lo stesso approccio ma su scale diverse. Siamo passati attraverso edifici come il refettorio per i vendemmiatori del vino Petrus progettato da Herzog & de Meuron a Pomerol, il museo Guggenheim di Bilbao di Frank Gehry, la Fondation Beyeler di Renzo Piano e molti altri, che ci hanno permesso di salire sempre di più di scala dimensionale. Siamo arrivati così ad edifici grandi come il Barbican Estate di Londra, da cui il film Barbicania, e l’8 House di Copenhagen un “edificio-città” progettato da Bjarke Ingels composto da più di 500 appartamenti, dove abbiamo girato The Infinite Happiness. Per capire come funzionano questi spazi abbiamo bisogno di viverli fisicamente: in entrambi i casi abbiamo affittato un appartamento e vissuto per un mese all’interno della comunità che li occupa. Nel caso di questi due edifici c’è qualcosa che li accomuna e che ci attraeva particolarmente: l’utopia della vita in comune in un edificio autonomo che offre tutto ciò che serve alla comunità che lo abita. Supermercati, negozi, scuole e sale comuni per attività culturali. Nel caso del Barbican l’evoluzione negli anni ha dimostrato che la vita in comune non è così semplice, mentre l’8 House è un edificio talmente giovane che per il momento l’entusiasmo e soprattutto la particolarità della cultura danese – già molto abituata ad una vita comunitaria – lo rendono ancora un modello a cui ispirarsi. Ma chissà come evolverà nel tempo, bisognerebbe ritornarci tra vent’anni.

Avvicinate lo spettatore a edifici-icona del nostro tempo che a volte sembrano sempre più lontane da una dimensione umana. Cosa ne pensate dell’architettura contemporanea?

Nei nostri primi film ci siamo interessati molto a edifici-icona, ma ora il nostro sguardo si è spostato più sulle città. Gli edifici iconici sono interessanti perchè spesso i progetti che lo diventano sono dei prototipi che vengono pensati per spingere i limiti dell’architettura, in modo da sperimentare nuove soluzioni dell’abitare. Il più delle volte l’architettura iconica “fa scuola”, quindi provocare il dibattito per cercare di verificare cosa ci sia davvero di positivo o negativo in quell’architettura d’elite è molto importante. Un edificio può essere anche considerato come un’opera d’arte, ma a differenza di un quadro esposto in un museo – dove per entrare si sceglie di pagare un biglietto – l’architettura ci viene imposta quotidianamente. Se il rapporto allo spazio e all’architettura fossero insegnati ai bambini sin dalla scuola elementare, oggi non accetteremmo certo di vivere in città come queste.

C’è sempre un doppio filo nei vostri film. Attraverso i vari protagonisti riuscite a mostrare i lati positivi, ma anche negativi di un edificio. Lo fate senza influenzare lo spettatore. Qual è il vostro approccio?

Non siamo alla ricerca degli aspetti negativi nè di quelli positivi. Non abbiamo un approccio critico. Spesso ci chiedono come facciamo a raccogliere una tale libertà di parola, ma la verità è che semplicemente non si è più abituati ad ascoltare. Basta restare un po’ di tempo in più con le persone che incontri, far capire che sei veramente interessato a quello che dicono e ti accorgi che tutti hanno le proprie opinioni su tutto. La televisione si diverte spesso a fare domande a bruciapelo e poi scappare, ridicolizzando chi ha risposto senza avergli dato il tempo di sviluppare un discorso. Gli stessi intervistatori che pongono quelle domande non saprebbero come rispondere in tali condizioni. Quando non si ha più questo approccio cinico e si lascia invece tutto il tempo di riflettere ci si rende conto che ogni persona porta in se una ricchezza straordinaria. Se c’è uno scambio alla pari e un rispetto reciproco le persone si aprono e ti raccontano le cose più belle.

Avete mai incontrato difficoltà nei rapporti con i personaggi filmati?

No, le difficoltà le troviamo solo con le persone che gestiscono gli spazi… Le nostre non sono interviste ma dialoghi – nei film infatti si sente spesso la nostra voce – in cui ognuno si mette in gioco, si scambiano opinioni e si instaura un rapporto molto spontaneo. Con molti dei personaggi siamo rimasti amici. Ogni volta che siamo a Parigi andiamo a trovare Catello, il guardiano del 25 Bis della Rue Franklin, mentre quando passiamo da Hollywood andiamo invece a trovare Guadalupe, che grazie al successo del film ha cambiato casa…

Parliamo di The Infinite Happiness. Come è andata?

L’8 House è una specie di città-edificio sviluppato su nove livelli orizzontali comunicanti tra di loro attraverso rampe in libero accesso a chiunque, anche ai turisti. Gli appartamenti si affacciano sia sulla strada esterna che su queste rampe interne. E chiaramente tutti gli appartamenti hanno grandi vetrate, senza tende! Camminando sulle rampe puoi vedere cosa succede dentro le case e il più delle volte anche dentro le camere da letto. Ma in Danimarca la cultura è diversa, nessuno guarda. La cosa strana è il guardare, non il mostrare. Proprio il contrario delle culture più del sud, come per esempio quella italiana. Tra l’altro si può capire subito quali siano gli appartamenti occupati dalle famiglie italiane che abitano l’8 House: sono gli unici con le tende! Una sera siamo stati invitati a cena da una famiglia danese e il padrone di casa salutandoci ci ha accompagnati all’esterno, sulla rampa, lasciando la porta completamente aperta: “Tanto qui non c’è pericolo, vigiliamo tutti l’uno sull’altro”, ci ha detto. Ah, ma allora si guarda… The Infinite Happiness sta girando un po’ il tutto il mondo ed è interessante notare come, in merito a questa visione collettiva dell’abitare, la reazioni siano diverse da Paese a Paese: c’è chi pensa che sia un progetto straordinario, un esperimento assolutamente da imitare, e c’è chi invece lo precepisce come l’incubo del controllo collettivo. Ne deduciamo con piacere che il nostro sguardo, seppur molto personale, non influisce nella lettura dello spazio, che resta invece libera d’interpretazione.

Il New York Times vi ha definito “figure culto nel mondo dell’architettura europea”. Vi aspettavate tanto successo?

Certamente no. Il primo film, Koolhaas Houselife, è nato come esperimento personale e ci ha stupito molto sia il successo mediatico che la quantità di spettatori alla Biennale di Venezia del 2008. Dopo quel film abbiamo capito che c’era sicuramente un interesse da parte di tutti nel guardare l’architettura da una prospettiva diversa, più spontanea. Sicuramente oggi le cose sono un po’ cambiate. Intanto noi abbiamo fatto 16 film e lentamente siamo arrivati alla scala della città. È stato un lungo viaggio, che continua ancora. Magari un giorno faremo un film sullo spazio inteso come Universo. In fin dei conti l’esistenza è solamente una questione di spazio e di scala.

Perché avete scelto Festival on Festival e il palcoscenico della XXI Triennale per la première italiana di The Infinite Happiness?

Ci piace l’idea del Festival on Festival all’interno di un’istituzione storica come la Triennale di Milano. Il Milano Design Film Festival sta diventando sempre più importante. Già a ottobre 2015, nella scorsa edizione, avevamo presentato Barbicania. Quando il grande pubblico si rende conto che i film che si interessano di architettura ormai parlano più delle persone che la abitano piuttosto che degli architetti che la progettano allora tutto diventa possibile: il soggetto diventa l’umanità e non più i muri.

A cosa state lavorando? Progetti futuri?

Due anni fa, per celebrare i 40 anni del documentario Place de la République girato da  Louis Malle nel 1974, abbiamo passato 24 ore sulla stessa piazza a Parigi, oggi completamente rinnovata, filmando tutto, dagli incontri con le persone che camminavano fino ad entrare dentro le macchine bloccate nel traffico. È stato straordinario, ci siamo resi conto di quante cose succedono ogni giorno sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgiamo. Quante storie le persone portano dentro e quanto è ricca una piazza. In seguito a questo film abbiamo girato il nostro ultimo film Voyage autour de la Lune lungo le sponde del fiume Garonna, nel pieno centro di Bordeaux. Qui abbiamo trascorso un’intera settimana ad esplorare una molteplicità di luoghi e ne è uscito un film completamente diverso da quello sulla piazza di Parigi, molto più delicato. Ma il risultato finale comunque è stato lo stesso: un’architettura, una piazza o una città influiscono moltissimo sul comportamento e l’umore delle persone che la vivono. Perché per esempio i romani non sono uguali ai parigini? Nel film che stiamo preparando su una piazza di Roma forse lo scopriremo…

di Giulia Ossola

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