Ester Pirotta ed Emilio Tremolada raccontano Tom Vack

© Francesca Ciuffreda

Si doveva chiamare “Un americano a Milano”, il lungometraggio di Ester Pirotta ed Emilio Tremolada sul fotografo di Chicago Tom Vack. Ma poi si è scelto per “Drunk on Light” per il tema della luce come fil rouge nei dialoghi e nel racconto dell’opera e in riferimento all’ultima scena. “Mi sono sentito come nudo per la strada”, dice ridendo Tom Vack in sala, perché è sempre difficile vedersi descritto da altri e perché la spontaneità e il racconto, quasi senza script, è il linguaggio che i registi hanno scelto.
“Conoscevo il suo lavoro e ne avevo stima”, dice Tremolada, “e anche invidia, soprattutto dei suoi clienti! La difficoltà maggiore nel fare un film su un fotografo è stata rispettare i formati delle foto. C’è stato grande conflitto nel tagliare le foto, perché nel montaggio ho dovuto operare come un grafico”. Pirrotta aggiunge: “è molto difficile tradurre in un formato diverso il racconto di un personaggio che comunica attraverso le immagini: abbiamo trovato dei compromessi. Io mi sono occupata sia delle interviste che del montaggio insieme ad Emilio. Le persone narranti sono state scelte sia per raffigurare il lavoro di Tom – ci siamo concentrati sulle aziende con cui ha avuto un rapporto più significativo – ma anche per contestualizzare il momento storico, che era lo scopo primo del film. Abbiamo raccontato anche dei lavori più contemporanei perché Tom è ancora attivo, non è una retrospettiva. Ma il film racconta il momento in cui è nato, quando incontra Philippe Starck e Michele de Lucchi a Chicago”. Tremolada con la piccola casa di produzione Design in Video realizza documentari sul design italiano degli anni Ottanta: “ho scelto quel periodo storico perché è quello che ho vissuto, ne ho conosciuti i protagonisti, mentre mi è più difficile confrontarmi con il momento attuale. Lavoro su quello che sono stati i miei riferimenti. Ho iniziato a lavorare casualmente nel design con le copertine di Modo negli anni Ottanta e poi ho conosciuto Andrea Branzi e l’ambiente della Domus Academy.
Tornando al film su Tom Vack: “Concludiamo con l’ultimo lavoro per Moroso”, aggiunge Pirrotta, “con il quale si chiude un po’ un cerchio e si fa anche riferimento a quello che è stato il passaggio epocale dall’analogico al digitale. Per molti fotografi è stato un trauma, invece per Tom è stato una liberazione: finalmente poteva giocare con la luce in modo diverso, senza costruire più i set ma giocando di più con gli effetti dopo lo scatto”. E Tremolada conclude: “tecnicamente il digitale ha una qualità più alta, ma la pratica fotografica è più facile e quindi, come standard, è più bassa. Negli anni Ottanta la grande differenza rispetto a oggi stava nella creatività che veniva richiesta: si rifuggiva lo standard. Le aziende raccontavano la loro poetica attraverso i fotografi. Ricerca che in parte oggi si è persa. Il video per le aziende è la nuova frontiera: è partito con internet, dove c’era la necessità di muovere le fotografie ora è diventato importante perché gli è chiesto di raccontare delle storie”.

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