Étienne Desrosiers e il suo ritratto di Roger d’Astous

A. MEJIAS
 A. MEJIAS

© A. Mejias

 

 

Roger d’Astous è una figura poco conosciuta in Italia ma davvero importante nel Québec perché ha portato, reinterpretandoli, i principi dell’architettura wrightiana, architetto da cui si formò per un anno e mezzo. Il regista Étienne Desrosiers porta al Festival, in prima europea, il suo film documentario “Roger d’Astous: un ritratto sensibile, che racconta il trascorso dell’esistenza, non solo dell’architettura dell’architetto canadese dagli anni Sessanta alla fine degli Ottanta.
“È stato difficile fare un documentario su d’Astous”, spiega Desrosiers, “perché mancato nel 1998 e con un archivio poco accessibile. Per fortuna c’era era abbastanza per fare una storia e c’erano tre interviste che ho usato per la voce narrante in prima persona. È raro che avere materiale diretto di un architetto – perfino le archistar non hanno più di dieci interviste rilasciate – perché poco si comprende quanto l’architettura sia importante nella quotidianità. È il contenitore della nostra vita ed è un paradosso che sia così poco raccontata. Volevo inoltre fare un documentario per la gente comune, non per la classe educata o la nicchia del settore”.
Qual è stata la strategia narrativa? “È stata avere i suoi clienti che parlano di lui, con il rischio che potesse diventare una sorta di TV reportage: autoreferenziale e sulla decorazione. Ma tutti si sono dimostrati affascinanti dal d’Astous perché aveva carisma. Hanno rispettato immensamente l’uomo e l’architettura progettata. Ciò mi ha permesso di includere anche i party che faceva – temevo fosse un’inclusione troppo intima – ma alla fine ha funzionato perché è servito a far comprendere l’uomo e la relazione che aveva con le persone, la passione e la gioia di vivere. Infatti nella sua architettura c’è sempre una tensione tra funzionalismo e romanticismo. Ho incluso anche delle interviste ai i figli, primo perché non mi interessava un parere obiettivo – i film obiettivi non esistono e comunque sono noiosi! – secondo perché portano una dimensione umana e affettiva. E comunque non ho esplorato la relazione padre famoso/figli, ma ho li ho inseriti in modo lieve, gentile”.
C’è l’applicazione dei principi di Frank Lloyd Wright. “Esatto, ma adattati in Canada sviluppando un suo stile: come i tetti a spiovente per la neve, o la struttura ben a vista. D’Astous amava i progetti di scala più piccola per la relazione con il cliente: il progetto migliore per lui era quello che nasceva con il committente. Nel film ce n’è perfino uno che si commuove ricordandolo”.
La musica gioca un ruolo importante nel film. “Esatto. Ho scelto composizioni al piano perché è uno strumento modulabile, un ‘punctum’ non continuo, un suono che vibra nello spazio. Per me è uno adatto a illustrare l’architettura, perché ha anch’esso qualità spaziali. Ho scelto Glenn Gould con le variazioni Goldberg per illustrare la virtuosità dello spazio e, per i due progetti pubblici più grandi, la torre Chateau Champlain e il Villaggio Olimpico, il scelto il grande patos di Wagner [anche per il significato hegeliano che lo lega, ndr]”.

Comments are closed.