Diego Marcon e i primordi del video amatoriale

Diego Marcon è un artista che indaga la tecnica del video analogico. Con l’attenzione e la meticolosità dell’archivista, analizza corpi d’archivio di famiglia in superotto o VHS, per lo più degli anni Ottanta, per mettere in evidenza, da un lato, il cambiamento sociale, dall’altro, come il cambiamento della tecnica influenzi i comportamenti dentro il video, nella ripresa e nella relazione tra regista amatoriale e ciò che viene girato. A Filter. Spazi delle Immagini in Movimento, sezione sul cinema d’artista curata da Davide Giannella, Marcon presenta “Tape 01. Lia” e “Tape 06. Martina”.
“La mia analisi sui corpi d’archivio”, spiega Marcon, “è sempre separata dalla storia dei soggetti dei film. Realizzo degli script a partire da ciò che vedo, con il senso che scelgo di dare. È interessante notare che il VHS ha aperto a un grande numero di video-amatori rispetto al superotto. Rappresenta quindi l’inizio della democratizzazione del mezzo. Poiché si tratta di una novità, i padri (perché si tratta spesso di queste figure) inventano un proprio linguaggio di ripresa. Il video segna inoltre uno scarto rispetto alla pellicola che, implicando bobine, copie uniche e proiettori implica una sorta di sacralità, che invece mezzi come il VHS non hanno più. Non è un caso che molti di colori che mi hanno affidato il corpo d’archivio, non solo non l’hanno richiesto indietro, ma nemmeno hanno voluto sapere che cosa ne avessi fatto!”.
I film raccontano anche di ambienti domestici nel Veneto: sono ambienti di ceto sociale piccolo-borghese, case comuni. “È la prima volta che la videocamera amatoriale entra negli interni – il superotto aveva delle limitazioni quanto alla luce. I video ci danno anche senso dell’evoluzione del parlato, sono di fatto dei documenti, ed è la prima volta che la famiglia si racconta in modo diretto e in primo piano”.

 

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